«Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre» (Sal 145)

La chiesa e il culto di santa Barbara a Bormio

in distribuzione in fondo alla Collegiata e in Santa Barbara

Introduzione

Il fuoco e la fedeltà – La voce di Santa Barbara oggi

“Francesco va’, ripara la mia casa”: così chiedeva la voce proveniente dal famoso crocifisso di San Damiano a S. Francesco di Assisi, secondo il suo racconto. La prima interpretazione di Francesco fu di mettere mano alla chiesetta dissestata che aveva davanti ma il vero significato, come sappiano, fu ben altro. Si trattava di vivere il Vangelo e così dare nuovo impulso alla trasformazione della comunità cristiana, continuamente chiamata a crescere nell’adesione a Gesù Cristo, lasciandosi trasformare dallo Spirito che sempre le dà nuovi impulsi.

Proporzioni fatte con il Santo, anche noi, iniziando l’opera per la sistemazione di Santa Barbara in Bormio, ci sentiamo chiamati non tanto o solo a restaurare delle mura, degli affreschi, ma a ridare vita alla sua Chiesa, allepietre viveche siamo noi. 

Vogliamo che questo rinnovamento strutturale sia un segno che il Signore fa nuove tutte le cose, se operiamo con Lui. 

La chiesa di Santa Barbara risale al 1511, costruita come voto in occasione della peste. Nel 1821 il governo austriaco vi stabilì un cimitero che venne utilizzato fino a metà del novecento. Da tempo l’edificio versava in condizioni precarie. Il progetto di restauro già presentato nel 2018, è stato approvato nel 2020 dalla Sovrintendenza e poi dalla Curia diocesana, ben prima del mio arrivo a Bormio. Io ho semplicemente continuato il percorso, con il Consiglio Affari Economici e il Consiglio Pastorale della parrocchia. 

Attraverso un’attenta progettazione conservativa e migliorativa, la chiesa rinasce così a nuova vita per diventare un luogo di preghiera, di incontro e di animazione per i cittadini, senza dimenticare i turisti che visitano Bormio, integrandosi con quella ricca realtà che appare quasi un museo diffuso in tutto il paese.

Con il restauro interno, che porta alla luce un antico affresco sulla parete nord e altri dettagli interessanti, entra nel percorso di visita che coinvolge già le nostre chiese. Uno stimolo per custodire le nostre radici, per l’animazione culturale, spirituale e per tornare alle domande fondamentali della vita.

Come sappiamo questo restauro è stato possibile grazie a numerose donazioni di privati e di enti, alla partecipazione al bando Cariplo e Fondazione Pro Valtellina per interventi emblematici.

A dire il vero non abbiamo ancor raccolto tutti i fondi necessari (quasi trecentomila euro), ma siamo in cammino, e confidiamo nella generosità dei parrocchiani e di quanti vorranno apprezzare l’opera compiuta. Grazie a tutti!

Un ringraziamento doveroso all’Ing. Stefano Zazzi per la passione che ha profuso nel seguire i lavori, attraversando diversi intoppi, forte anche della sua appartenenza al reparto Buglio, che vede in Santa Barbara un punto di riferimento significativo. Grazie alle diverse maestranze che si sono avvicendate nell’opera. 

Un grazie sincero è dovuto anche all’Amministrazione Comunale di Bormio, per l’aiuto nella risistemazione del giardino adiacente, con la posa di un nuovo parco giochi.

Nelle pagine seguenti leggeremo molti riferimenti storici e culturali che ricordano il contesto in cui è stata costruita la chiesetta e la devozione a Santa Barbara. Ringrazio di cuore per il lavoro attento ed approfondito Daniela Valzer e Ilario Silvestri, preziosi studiosi della nostra storia. 

Magari ci viene da sorridere perché durante la peste all’inizio del 1500 il paese ha costruito una chiesa: superstizione? non è servito a nulla? Come sappiamo non è storiograficamente corretto applicare al passato le conoscenze di oggi, piuttosto è utile il contrario. Quindi nella nostra recente pandemia come è andata? Tutto bene?

Oggi, nell’epoca del progresso scientifico e tecnologico sempre più sfrenato, quante persone si affidano ancora alla magia e alla superstizione? Quanti invece ai valori espressi da Santa Barbara?

Quanti oggi nei nostri paesi cercano sollievo o piacere in sostanze che creano dipendenza o nel gioco d’azzardo, diventando schiavi di queste vere epidemie? A cosa ci affidiamo di fronte alla morte e alla fragilità? 

Forse è meglio dedicare qualche riga per approfondire. 

Nel cuore di ogni persona abita un desiderio antico quanto l’uomo: capire, prevedere, controllare. Di fronte all’imprevisto, al dolore, all’ignoto, cerchiamo risposte. Alcune le inventiamo, altre le sperimentiamo, altre ancora le riceviamo. È in questo spazio interiore che si giocano le differenze tra magia, superstizione, fede e miracolo.

La magia nasce dal bisogno di dominio. È l’illusione che un gesto, una parola, un oggetto possano cambiare la realtà a nostro favore. È il tentativo di forzare il mistero con la volontà, di far piegare il cielo ai nostri desideri. Ma la magia, in fondo, non chiede ascolto né relazione: pretende.

La superstizione è più sottile, più popolare. È la figlia della paura e dell’incertezza. Leghiamo la sorte a un numero, a un gesto, a un presagio, come se il caos potesse essere ordinato da un rituale scaramantico. Ma la superstizione non ci eleva: ci trattiene nell’invisibile gabbia del caso.

La fede, invece, è un’altra cosa. È affidarsi, non perché si possiede la verità, ma perché si intuisce che esiste un senso che ci supera. È scegliere di credere che non siamo soli, che la vita ha un filo, anche quando si spezza. La fede non è magia perché non forza Dio. Non è superstizione perché non si aggrappa all’oggetto, ma si apre all’incontro. E la fede ti muove ad agire con responsabilità, a rischiare del tuo, a pregare per poter vivere la vita con Dio e con il suo sostegno.

E il miracolo? È lo spazio in cui la fede incontra una risposta che sorprende. Non è una scorciatoia, non è un premio, non è qualcosa che si può domandare come un favore da ottenere. Il miracolo è un segno, non una garanzia. È la gratuità che irrompe, a volte nel silenzio, a volte nel clamore. È Dio che si fa vicino, non perché costretto, ma perché ama. Per una manifestazione del suo amore in ordine alla salvezza, fa segno della sua presenza, che rimane comunque, per chi crede, anche senza segno!

Per me, ad esempio, ai nostri tempi, nella nostra pandemia, come allora, il miracolo più grande sono state le persone che hanno dato la vita per prendersi cura delle altre. Centrerà qualcosa con le nostre preghiere? Ce ne siamo accorti? Ne siamo grati? Ha a che fare con Santa Barbara? Barbara alla fine muore, non è preservata da Dio in quel passaggio! È il modo con cui resta ferma, unita a Cristo, il vero miracolo!

In tempi in cui il bisogno di “soluzioni” rapide rischia di confondersi con la spiritualità, è importante distinguere ciò che nasce dal bisogno di controllo da ciò che nasce dall’apertura all’incontro. Santa Barbara, con la sua testimonianza silenziosa e incrollabile, non ci promette miracoli, ma ci mostra come vivere nella fiducia, anche nel fuoco della persecuzione.

Le legende, non erano storie inventate, come pensiamo oggi, ma come dice il termine stesso erano le parti da leggere, che magari l’abate indicava al lettore, durante il pasto comune… per edificare gli ascoltatori.

Nel Medioevo, prima ancora che i libri fossero oggetti personali, erano strumenti collettivi. Si leggevano ad alta voce, in chiesa o nelle piazze, e spesso ciò che si ascoltava non era un testo teologico o filosofico, ma una storia. Una vita. Un esempio preso da una realtà vera ma amplificato in alcuni particolari per edificare, non tanto per fare cronaca. Era il tempo della Legenda Aurea.

In questa celebre raccolta, compilata da Jacopo da Varazze nel XIII secolo, trovavano spazio le vite dei santi – tra cui quella di Santa Barbara, aggiunta tardivamente – raccontate non con distacco, ma con la potenza viva del simbolo, del miracolo, della sfida. Non erano biografie nel senso moderno, ma narrative dellanima: servivano a educare, ispirare, scuotere. E funzionavano.

Leggere (o ascoltare) la Legenda Aurea significava entrare in un mondo in cui l’eroismo spirituale era possibile anche per i semplici, in cui la santità non era un’eccezione ma una chiamata, in cui Dio era vicino, concreto, operante. Era fede che si faceva racconto, e racconto che diventava specchio per l’anima. Non si racconta un santo per glorificarlo, infatti, ma per interrogare se stessi. E forse questo ci insegna oggi l’importanza di raccontare il perchè delle nostre scelte a chi ci segue. 

Santa Barbara, con la sua forza incrollabile di fronte alla persecuzione e alla morte, era l’emblema di una fede che non si compra, non si calcola, non si piega. La sua storia diventava luce per chi affrontava l’ingiustizia, forza per chi viveva nella paura, speranza per chi cercava senso in un mondo spesso crudele.

Oggi possiamo ancora leggere queste storie non come favole antiche, ma come bussole interiori. Non per sapere come è andata, ma per capire cosa ci riguarda. Perché il coraggio, la fedeltà, la lotta contro il male non sono mai passati di moda. E perché, nel profondo, abbiamo ancora bisogno di santi, non perfetti, ma veri. Proprio come Santa Barbara.

Nel tempo in cui viviamo, accelerato, connesso, spesso disorientato, potremmo chiederci che senso abbia ancora rivolgere il pensiero a figure antiche come Santa Barbara. Una giovane vissuta nei primi secoli del cristianesimo, martire per la sua fede, oggi protettrice di coloro che sfidano il fuoco, il pericolo, l’imprevisto. Eppure, proprio nel cuore di questa società fragile e inquieta, Santa Barbara ci parla ancora. E lo fa con sorprendente attualità.

Santa Barbara è spesso associata alla forza d’animo e al coraggio di affrontare le avversità, anche quando sembrano insormontabili. In un’epoca segnata da crisi, incertezze e sfide personali e collettive, il suo esempio ispira chi cerca di non piegarsi alle difficoltà. 

Ha ricercato la verità nell’affidamento a un maestro da seguire per diventare discepola dell’unico Signore, e così immergersi nella vita Trinitaria, evitando le deviazioni delle eresie e degli idoli. Ci insegna il valore dello studio e della vera sapienza.

Santa Barbara fu ingiustamente perseguitata dal padre. Oggi la sua figura può essere letta anche come simbolo di resistenza all’oppressione e alle ingiustizie, incarnando il desiderio di dignità e rispetto, soprattutto per le donne e chi è emarginato.

La leggenda racconta che Barbara rifiutò di rinunciare alla propria fede, anche a costo della vita. Questo oggi rappresenta un forte richiamo alla coerenza personale, alla fedeltà ai propri valori interiori, anche quando sono messi alla prova. 

Spesso raffigurata con in mano il calice e l’ostia, ricorda l’importanza di morire in comunione con Dio. 

Nei contesti lavorativi pericolosi – come quello dei vigili del fuoco, artificieri, militari, minatori – è invocata come protettrice. La sua figura continua a essere un simbolo di protezione per chi mette a rischio la propria vita per il bene comune.

L’augurio dunque per chi legge queste pagine, ma soprattutto per chi entrerà nella nostra ritrovata chiesetta, è che possiamo insieme lasciarci interpellare, e che la nostra comunità ritrovi luce in quei valori che la nostra storia ci consegna come un tesoro da non tralasciare.

Fabio Fornera, parroco

Una preghiera

Padre, Dio della vita e della luce,

Tu che hai reso forte e fedele la tua serva Barbara

nel momento della prova,

donaci, per sua intercessione, il tuo Santo Spirito:

la grazia di vivere con coraggio,

con cuore integro, con fede incrollabile.

Tra le insidie del nostro tempo, sii tu la nostra roccia.

Quando il dolore ci visita, sii la nostra speranza.

Se la paura ci assale, ricordaci che Tu sei vicino.

Proteggi coloro che rischiano la vita per il bene degli altri,

e tutti coloro che affrontano il pericolo con responsabilità e amore.

Rendici testimoni del Vangelo come lo fu Santa Barbara:

senza clamore, ma con forza;

senza vendetta, ma con verità;

senza timore, ma con la fiducia che solo Tu puoi donare.

Per Cristo nostro Signore. Amen.